Genova. Torino-Perugia.

Quella sera arrivammo che tutto dormiva. La casa polverosa, i divani coperti di lenzuola bianche, nessun fiore dentro il vaso su quel tavolo rotondo. Togliemmo le scarpe, per non far rumore. Aprimmo le persiane blu che davano sul mare e la terrazza,  con le ferrose seggiole capovolte, era invitante come un letto di spine. Il mare davanti a noi parlava con la eco, le mie gambe, gonfie da quindici chili acquistati in otto mesi e due settimane chiedevano tregua e riposo. Era rischioso partire, mi aveva detto mia madre. Non aveva capito che il vero pericolo era stare a casa piuttosto che chissà dove.

E poi non ero chissà dove. Ero con loro due. Ero con loro che, all’occorrenza, di sicuro mi avrebbero tirato su e tenuto la mano. Ero con loro e con tutta quella strada alle spalle. Fatta di gioia, lacrime, scoperte, risate deliranti tra fumo e salsicce.

Eravamo in quattro, sembravamo tre. Ovvero, eravamo cinque e sembravamo in quattro. Da qualche parte lei. C’era l’odore inconfondibile della signora bianca. Ma negli anni della comune l’errore di uno è lo sbaglio dell’altro e ci si crede reciprocamente. Inoltre, non per ultimo, l’avevamo visto con i nostri occhi mentre, con fierezza, la congedava. Vigliacca signora dei miei stivali, che mi hai portato via l’amico, la spensieratezza, la leggerezza.

In un attimo, solo grida. Solo paura. Può una vita che ti pulsa dentro opporsi a te che ti chini per salvarne un’altra? Chi cazzo sei tu per impedirmi di piegarmi a novanta gradi e tirare su lui che muore? 

Vuoi camminare lungo la spiaggia. Veniamo con te. Ti lascerei amore mio, ti lascerei qui e scenderei i settantadue scalini da sola, che laggiù non c’è niente di buono. 

Flash e ancora Flash. Io seduta su uno scoglio senza acqua. Sento il cuore ovunque. I capelli in bocca, spettinati dal vento.

Muoriamo tutti. Vaffanculo. Muoriamo tutti.

Muoriamo tutti. Torna qui. Muoriamo tutti.

Muoriamo tutti. Io vittima e carnefice. Muoriamo tutti.

Chiudo gli occhi, li stringo così forte che il caleidoscopio gira e si tinge di rosso. Le tempie mi schizzano, le mani tremano. Piango che il mio sterno sembra una cassa di risonanza. 

Non lo rividi più per molte settimane, mesi, anni. Non lo cercai, non mi cercò. C’eravamo detti tutto nel silenzio assordante subito dopo quel “andiamo a casa”. 

Tornò. Mi trovò lì. Non chiesi nulla. Godei solamente del ritorno.

Come sempre, come è giusto, come sono.  

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