Manon, la donna trattore

Lentezza. La Lisa lo diceva che era una virtù. Aveva ragione, ma ora non glielo posso dire che non la sento più. Colpa mia forse.

Lentezza. Me lo diceva il mio istruttore di sci quando a Bardonecchia ero sempre l’ultima a rialzarmi e l’ultima ad arrivare.

Lentezza. Me lo diceva lei di andarci piano con le emozioni. Che il segreto era trasformare la teatralità dell’immediatezza in consapevolezza.

Lentezza è alzarsi alle quattro del pomeriggio e fare colazione come Heidi e Remi. Il piatto cupo pieno di latte e cereali, con il pomeriggio davanti e la mattina vissuta nel sonno. 

Lentezza è arrivare senza niente in mano, per essere libera di abbracciarlo appena la porta si schiude: penserai poi alla spesa che si scongela nel bagagliaio.

Lentezza è un sabato no e uno si e pregare che quello si possa bastare.

Lentezza sono i tuoi 60 minuti corsi piano piano, così piano da far impazzire lui che ti doppia al percorso verde.

Lentezza sono cinque anni di pensieri che hai accompagnato con pazienza alla morte e hai aspettato lì fino a che non hanno chiuso gli occhi.

Lentezza è l’effetto della melatonina che ti scorre in corpo, con i gesti sempre più stanchi e le ciglia più pesanti.

Lentezza è il timido senso del pudore che ti frena quando guardandolo vorresti dirgliela quella cosa ma ti senti come un opossum. A testa in giù.   

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